Aborto: il diritto canonico lombardo

Leggo con fastidio la notizia che il governatore della Lombardia, Formigoni, già esponente di spicco del movimento cattolico conservatore “Comunione e Liberazione” ha stanziato 5 milioni di euro per le donne che decidono di rinunciare all’aborto. In pratica se si rinuncia all’aborto la Regione ti paga fino a 4.500 euro nei primi 18 mesi del bambino. Un aiuto simbolico (250 €/mese) che però serve a Formigoni per segnare il punto: la Lombardia è una regione cattolica, i cittadini non sono tutti uguali. Un’affermazione troppo dura? Non credo.

ABORTO EPISCOPAL

Io? Proteggo la mia vita (dalla conferenza episcopale)

 

In uno Stato di diritto (cioè laico) i cittadini sono tutti uguali. Pertanto mi sarei aspettato che se una Regione avesse dei fondi a disposizione aiutasse tutte le donne, tutte le famiglie, tutti i giovani e così via. Invece qui si sceglie di premiare con i soldi pubblici una scelta che attiene alla morale individuale. Ammesso, e non concesso, che si abortisca perché non si hanno i soldi. Molto più probabile infatti che si decida di non avere figli per motivazioni economiche.

Allora sarebbe stato più equo aiutare tutte le famiglie con neonati incrementando i bonus bebé o similia. Così da abbattere una delle remore maggiori a metter su famiglia. Invece si preferisce sprecare soldi pubblici per mettere una bandierina: la Lombardia è una regione cattolicissima che spende i soldi di tutti per fare l’interesse e seguire le regole non del diritto e della Costituzione, ma della morale cattolica.

A riprova basta guardare le modalità con le quali viene erogato questo “aiuto” economico: le strutture pubbliche dovranno mettere in contatto la donna con un Centro di aiuto alla vita che, cito da LaStampa:

… le presenterà gli interventi di aiuto che potrà offrirle, sia direttamente sia in raccordo con gli enti locali e le altre organizzazioni del terzo settore. A quel punto il Cav e il Consultorio familiare, se la donna accetta, stenderanno un «progetto personalizzato» che sarà sottoscritto anche dalla donna e nel quale saranno descritti i diversi interventi attivati o da attivare sia prima sia dopo la nascita del bambino.

Quindi non saranno i consultori, ma i centri alla vita a gestire l’intero iter. Così come già fatto per  sanità e scuola si cede agli enti religiosi la gestione della cosa pubblica e l’erogazione dei diritti viene sottomessa alla morale cattolica.