Rutelli se ne va o rimane? Capisco che molti di quelli che mi conoscono possono immaginare che non sia addolorato per la probabile uscita di scena di Rutelli dal panorama del PD. Però non si può liquidare con una battuta l’uscita di scena dell’ultimo segretario della Margherita, co-fondatore del PD. Un’uscita presa a tavolino, parrebbe, che aspettava da mesi un fatto politico tale da giustificare l’uscita. I teocon (battezzati gentilmente teodem) voluti da Rutelli prima nella Margherita poi nel PD ci hanno più volte provato, ma nessuno ha abboccato. Alla fine il fatto è la vittoria alle primarie partecipatissime di Bersani con uno scarto abissale dal secondo. La colpa di Bersani sarebbe quella di aver spostato il PD troppo a sinistra per rincorrere IdV e sinistre sparse. Un processo alle intenzioni che non dà nemmeno il beneficio del dubbio al nuovo segretario del PD.
Personalmente ho enormi perplessità che la linea congressuale di Bersani possa essere utile al PD (soprattutto sul fronte delle alleanze), ma non mi sognerei mai di uscire dal partito sulla base di sensazioni e opinioni tutte da verificare. E io non sono un dirigente del partito. Ritengo quindi l’uscita di Rutelli viziata da una lettura ideologica della situazione e improntata ad un certo opportunismo. Rutelli esce dal PD per rafforzare quel non luogo della politica (solo italiana) che è il centro. Un partito che raccolga gli sconfitti dei due poli: Casini, Pezzotta e Rutelli appunto. Il sogno è l’appoggio di Montezemolo.
Parliamoci chiaro, ai tempi dell’Unione ipotizzavo che quella fosse una santa alleanza contro Berlusconi in difesa della Costituzione e della Repubblica. Vedevo nell’Unione pezzi di destra e di sinistra e facevo giusto il caso di Rutelli che, senza Berlusconi, sarebbe stato più a suo agio a destra che a sinistra. Oggi ci siamo arrivati. Il fantomatico “centro” di Rutelli e Casini non è altro che una destra moderata e riformista, ancora abbastanza clericale, ma sicuramente più moderna della destra leghista. Una destra che dovrebbe piacere a Fini e agli ex-socialisti della PDL per intenderci.
Se questo è lo schema il PD non deve temere di perdere voti per la fuoriuscita di Rutelli. Il campo di riferimento rimane intatto, Rutelli si sposta di campo, ma non porta via rappresentanza. Sorvolando sul reale peso politico di Rutelli (visto l’esito delle elezioni a sindaco di Roma), non pare che Rutelli, spostandosi in casa dell’UdC, dia rappresentanza ad una fetta di italiani che oggi votano PD.
Tutto sommato spero che se Rutelli ha deciso di fare il terzo cambio di orizzonte politico della sua storia (il primo dai radicali ai verdi e il secondo dai verdi alla margherita) che lo faccia nel modo più trasparente possibile, senza strascinamenti o ambiguità. D’altronde il PD deve dare una risposta a questa mossa dell’ex. La capacità di Bersani di gestire la situazione si vedrà nell’azione politica che saprà mettere in campo per rendere il PD il terminale della rappresentanza delle fasce deboli del paese.
PS
Bersani, non cerchi l’identità ossessivamente, ma la rappresentanza. Ma sono certo che Bersani si rivelerà molto più innovatore di chi lo ha candidato.
Fumoazzurro 11:30 on 05/08/2010 Permalink |
Tristemente condivisibile
Stefano Minguzzi 09:56 on 03/09/2010 Permalink |
Concordo con te che il terzo polo non è di centro ma di destra. E concordo anche sul fatto che il fallimento del PD non è insito nella nascita del terzo polo. Idem sul fatto che sia uno slittamento del PDL a generarlo. Detto ciò il PD però rimane ai margini del gioco politico e, benché indebolita, l'alleanza PDL+Lega rimane maggioritaria nel paese.
Tornando al PD, un PD che non sia un partito maggioritario all'americana (con vari anime al suo interno, ma con una forte democrazia interna che nel PD non si è mai vista) deve essere per forza un partito identitario e quindi una identità diventerà la principale (al momento laburismo del partito del lavoro di Bersani) e le altre fuori. Se completiamo il quadro creando una coalizione con altri partiti identitari, eccoti il PD al 24% e gli inutili cespugli riportati in parlamento con il 2-3%.
Inoltre, e qui mi pare che siamo d'accordo, un partito che confonde alleanze per governare e convergenze parlamentari su riforme istituzionali è destinato a fare una brutta fine. Un'alleanza per il governo dell'Italia (il nuovo ulivo?) dovrebbe nascere su 5 punti programmatici forti del PD (e uno di questi dovrebbe essere proprio la redistribuzione del reddito a mezzo tasse) e vedere chi ci sta. Chiedere prima chi ci sta e poi mettersi a discorrere su che cosa è rischioso (e vigliacco).
Infine il nuovo ulivo è la nuova unione. L'Ulivo nasceva con l'ambizione di fondere insieme popolari, diessini, verdi e socialisti in un unico soggetto federato per poi fare il partito dell'Ulivo. Questo percorso, perdendo qualche pezzo, ha portato al PD. Quello che Bersani invece propone la nuova Unione e cioè un'armata brancaleone (da Bertinotti a Mastella, da Dini a Pecorario Scanio) che aveva un solo punto programmatico vincere per non far vincere gli altri. E se vinciamo così (dubito) duriamo al massimo 2 anni.